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LA MORTE DI VIALLI. ULIVIERI: QUELL'ABBRACCIO, TESTAMENTO DI VITA



Il presidente dell’Assoallenatori, Renzo Ulivieri, si è unito al dolore di tutto il mondo del calcio per la morte di Gianluca Vialli. Queste le sue riflessioni e il suo messaggio, unito al cordoglio rivolto ai familiari.

«Il tempo non è stato generoso con Gianluca Vialli ma la sua vita lo è stata. Non è certo una bella stagione questa per noi, che continuiamo a piangere grandi campioni e uomini davvero importanti che ci lasciano a un’età ancora piena, piegati da malattie inesorabili, affrontate con coraggio e dignità. La Bella stagione, piuttosto, è il film che ha appena celebrato i 30 anni dello storico scudetto della Sampdoria, documento prezioso nato da una sua idea e presentato il mese scorso con lui molto provato in sala, tra la commozione di tutti, poco prima del suo ultimo ricovero. Talento indiscusso, grande attaccante, poi allenatore vincente in Inghilterra, acuto analista televisivo, infine dirigente federale di particolare sensibilità. Vialli se ne è andato nel giorno che celebra la nascita della maglia azzurra, 112 anni fa, lui che a quei colori ha legato il suo ultimo trionfo sportivo. Il suo abbraccio fraterno con Roberto Mancini sul prato di Wembley, con l’Italia appena divenuta campione d’Europa, nel luglio 2021, è il suo vero testamento ideale. Lo vogliamo ricordare così, e con le parole di Theodore Roosevelt che lui lesse alla squadra prima della finale contro l’Inghilterra (le stesse scelte da Nelson Mandela e indirizzate alla nazionale sudafricana poi campione mondiale di rugby nel 1995): L’onore spetta all’uomo che realmente sta nell’arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perché non c’è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l’obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta».   


Nato a Cremona il 9 luglio 1964, Vialli ha iniziato la sua carriera nella Cremonese, prima di passare alla Sampdoria nel 1984, voluto dal presidente Mantovani, dove rimane per otto stagioni, accanto a Roberto Mancini, formando una delle coppie più celebrate del nostro calcio, vincendo uno Scudetto (da capocannoniere), tre coppe Italia, una Supercoppa italiana e una Coppa delle Coppe, giocando anche una finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, persa a Wembley (nel 1991 fu anche capocannoniere della Serie A). Poi un’altra gloriosa parentesi alla Juventus, durata quattro anni, con altri cinque trofei: uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Coppa Uefa e la Champions League conquistata a Roma nel 1996. La sua carriera si chiude nel 1999, dopo tre anni in Inghilterra, al Chelsea, arricchiti da una FA Cup, una Coppa di Lega, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. E nel Chelsea Vialli inizia ad allenare, prima da player-manager, poi solo da tecnico, vincendo una FA Cup e una Charity Shield (ora Community Shield). Importante anche il suo percorso azzurro: con la maglia della Nazionale totalizza 59 presenze e 16 reti: debutta il 16 novembre 1985 nell’amichevole contro la Polonia, lanciato dal ct Enzo Bearzot, che lo porta al Mondiale 1986 in Messico, dopo essere stato nella stessa estate capocannoniere dell’Europeo Under 21. Gioca poi il Mondiale italiano nel 1990 (dopo Euro 1988), prima di chiudere il 19 dicembre 1992, a Malta, in una partita di qualificazione al Mondiale americano del ’94. 

Oltre a una carriera da commentatore televisivo, Vialli nel 2015 viene inserito nella ‘Hall of Fame del calcio italiano, insieme a Roberto Mancini, l’amico e compagno di una vita, da Genova a Wembley, dove trionfa da capo delegazione azzurra, incarico lasciato il mese scorso, prima di arrendersi al male che lo aveva colpito 5 anni fa.

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